In breve:
- L’empatia ci fa sbagliare: aiutiamo chi ci emoziona, non chi ha più bisogno.
- Ci rende ingiusti: favoriamo chi ci somiglia e ignoriamo gli altri.
- Ci fa vedere solo il presente: aiutiamo ora, senza pensare agli effetti futuri.
- La soluzione? Sostituirla con compassione razionale e dono efficace.
Introduzione
Sei una persona empatica?
Ottimo. Ma sappi che questa qualità potrebbe farti prendere decisioni ingiuste, inefficaci e persino dannose.
Ci viene insegnato che seguire il cuore è la cosa giusta da fare, che l’empatia “è ciò che ci rende umani”. Ma in realtà l’empatia non è una guida morale affidabile.
In questo articolo vedremo perché, e cosa possiamo fare per prendere decisioni più giuste ed efficaci – specialmente quando si tratta di donare in beneficenza.
Cos’è l’empatia?
L’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di percepire il mondo come pensi che lo percepisca un’altra persona, di condividere e comprendere le emozioni altrui.
Gli psicologi hanno diverse teorie e definizioni di empatia, ma una comprensione di base sarà sufficiente per i nostri scopi. È però cruciale distinguere tra due tipi di empatia: cognitiva ed emozionale.
Due tipi di empatia
L’empatia cognitiva è la capacità di capire cosa prova un’altra persona. Viene chiamata anche cognizione sociale o intelligenza sociale, ed è quella che ci permette di decifrare cosa passa nelle teste altrui, capacità fondamentale per navigare il mondo sociale.
L’empatia emotiva, invece, è la capacità di provare cosa prova un’altra persona. È quella che ci porta a soffrire quando vediamo qualcuno in difficoltà.

Ed è quest’ultima, l’empatia emotiva, che può portarci a prendere decisioni sbagliate e irrazionali. Nel resto dell’articolo, ci concentreremo su di essa.
L’origine del concetto di empatia
Il termine empatia deriva dal greco en-pathos (“sentire dentro”). In origine, era legato all’arte e al teatro, descrivendo il legame emozionale tra un poeta o attore e il suo pubblico.
Il concetto di empatia in psicologia è più recente:
- Fine ‘800 → Il filosofo tedesco Theodor Lipps introduce il termine Einfühlung per descrivere la capacità di immedesimarsi negli stati d’animo altrui. Questo concetto era inizialmente applicato all’estetica: Lipps lo usava per spiegare come le persone proiettano emozioni su opere d’arte e oggetti.
- Inizio ‘900 → Il termine Einfühlung viene tradotto in inglese da Edward Titchener come empathy, introducendo il concetto in psicologia sperimentale.
- 1920-1950 → Sigmund Freud utilizza l’empatia come strumento di comprensione nella psicoanalisi, mentre Carl Rogers la rende centrale nella sua teoria della terapia centrata sul cliente, evidenziando il ruolo dell’empatia nell’ascolto attivo.
- Anni ‘90 – oggi → Daniel Goleman include l’empatia come una componente chiave dell’intelligenza emotiva. Altri ricercatori, come Paul Bloom, iniziano a studiarne i limiti e le distorsioni cognitive.
L’empatia non vuol dire “essere buone persone”
Quando pensiamo all’empatia, la associamo spesso a gentilezza, compassione e moralità. Ma è importante separare questi concetti. Come vedremo, infatti, l’empatia non è sempre una cosa positiva.
Assumiamo spesso, in modo acritico, che l’empatia sia un bene assoluto: non puoi essere una persona troppo empatica. È questa l’assunzione contro cui si è scontrato lo psicologo Paul Bloom, scrivendo il libro Contro l’empatia:
“[…] Ho imparato che essere contrari all’empatia è come essere contrari ai gattini, un’opinione considerata così stravagante da non poter essere seria. È certamente una posizione che è facile da fraintendere. Quindi sarò chiaro fin dall’inizio: Non sono contrario alla moralità, alla compassione, alla gentilezza, all’amore, all’essere un buon vicino, essere una buona persona e fare la cosa giusta. Anzi, sto scrivendo questo libro perché sono a favore di tutte queste cose. Voglio rendere il mondo un posto migliore. Sono solo arrivato a credere che affidarsi all’empatia sia il modo sbagliato per farlo.”
Il cervello empatico: cosa ci dicono le neuroscienze?
L’empatia sembra una reazione naturale: vediamo qualcuno soffrire e automaticamente proviamo a immedesimarci nel suo dolore. Ma cosa succede esattamente nel nostro cervello?
I neuroni specchio: la base dell’empatia?
Negli anni ‘90, il neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti e il suo team all’Università di Parma scoprirono i neuroni specchio, una classe di neuroni che si attivano sia quando compiamo un’azione, sia quando vediamo qualcun altro eseguirla.
In pratica, il nostro cervello “rispecchia” le azioni altrui come se le stessimo vivendo in prima persona. Se vediamo qualcuno sorridere, si attivano le stesse aree cerebrali che usiamo per sorridere noi stessi. Se osserviamo qualcuno provare dolore, il nostro cervello registra una reazione simile, dandoci la sensazione di “sentire” il dolore altrui.

Questa scoperta ha portato alcuni neuroscienziati a ipotizzare che i neuroni specchio siano la base neurologica dell’empatia. Se il nostro cervello “mima” le emozioni degli altri, allora potremmo provare automaticamente empatia per chi ci circonda.
Ma questa conclusione è dibattuta. Altri sostengono che i neuroni specchio possono facilitare l’empatia, ma non la spiegano completamente. Il nostro cervello utilizza anche altri meccanismi cognitivi e sociali per sviluppare empatia e capacità morali.
Martin Hoffman e lo sviluppo dell’empatia
Lo psicologo Martin Hoffman ha studiato lo sviluppo dell’empatia nei bambini, identificando quattro fasi che mostrano come l’empatia evolva dall’infanzia all’età adulta:
- Empatia globale (0-1 anno). I neonati non distinguono tra sé e gli altri. Se un bambino sente piangere un altro neonato, inizia a piangere anche lui, ma non perché capisca il dolore altrui, bensì perché ne viene “contagiato”.
- Empatia egocentrica (1-2 anni). I bambini iniziano a distinguere sé stessi dagli altri, ma credono che tutti provino le stesse emozioni che provano loro. Se un bambino vede la madre triste, potrebbe portarle il suo giocattolo preferito, pensando che questo la consolerà, perché è ciò che conforterebbe lui.
- Empatia per i sentimenti altrui (2-6 anni). I bambini sviluppano la capacità di comprendere che gli altri possono avere emozioni diverse dalle proprie. Se un bambino vede un amico cadere può provare dispiacere per lui e cercare di consolarlo con parole o gesti più appropriati.
- Empatia per le condizioni di vita altrui (6+ anni). I bambini iniziano a sviluppare un’empatia più astratta e generalizzata, che trascende l’esperienza immediata.
Hoffman sostiene che l’empatia è la base della moralità, descrivendola come “la scintilla della preoccupazione umana per gli altri, la colla che rende possibile la vita sociale.”
Ma anche se l’empatia fosse fondamentale per lo sviluppo morale nei bambini, sostiene Bloom, questo non significa che rimanga altrettanto utile in età adulta. Anzi, l’empatia emotiva può diventare un ostacolo morale invece che un aiuto. Vediamo perché.
Il lato oscuro dell’empatia: quando il cervello ci inganna
In Contro l’empatia, Paul Bloom paragona l’empatia a un faretto. Può certamente illuminare la sofferenza altrui, rendendo i loro problemi più salienti e motivandoci ad aiutare.
Il problema è che la luce emessa dal faretto è un cono stretto e concentrato, che non illumina tutto ciò che c’è da vedere. Di conseguenza, l’empatia è ingiusta, matematicamente inetta, parziale e miope. Vediamo perché.

L’empatia è ingiusta: aiutiamo chi ci colpisce di più, non chi ha più bisogno
L’empatia ci spinge a concentrarci su singoli casi emozionali, lasciando nell’ombra chi ha problemi più gravi.
In uno studio, ai partecipanti è stato chiesto di decidere se dare la priorità a una bambina gravemente malata in una lista d’attesa per cure palliative. È stato reso chiaro che, se alla bambina fosse stata data la priorità, altri bambini in condizioni peggiori avrebbero dovuto aspettare più a lungo prima di ottenere le cure.
- Un gruppo ha ricevuto istruzioni di restare oggettivo: solo un terzo dei partecipanti ha deciso di darle la priorità.
- Un altro gruppo è stato incoraggiato a empatizzare con la bambina: tre quarti dei partecipanti l’hanno messa in cima alla lista, penalizzando altri bambini in condizioni peggiori.
Come scrivono gli autori dello studio: “l’altruismo indotto dall’empatia può portare ad agire in modo da violare il principio morale della giustizia”.
L’empatia è matematicamente inetta: un bambino vale più di otto?
Una citazione comunemente attribuita a Stalin dice: “una morte è una tragedia; un milione di morti è una statistica”. E di fatto non riusciamo a empatizzare con un milione di persone contemporaneamente.
In uno studio, ai partecipanti è stato chiesto quanto avrebbero donato per salvare:
- un bambino,
- otto bambini,
- un bambino identificato con nome e foto, oppure
- otto bambini identificati con nome e foto.
La donazione media per il bambino identificato è stata la maggiore: più del doppio di quella per gli otto bambini identificati.
Questo è dovuto a dei bias cognitivi, cioè degli errori sistematici nei nostri processi mentali, come:
- L’effetto vittima identificabile: ci sentiamo più coinvolti da un volto e una storia concreta che da numeri e statistiche.
- L’insensibilità alla portata: La nostra reazione emotiva di fronte a una tragedia non aumenta in modo proporzionale all’aumento del numero di vittime.
Come scrive Bloom: “se la nostra preoccupazione è guidata dal pensiero della sofferenza di individui specifici, si crea una situazione perversa in cui la sofferenza di uno può essere più importante della sofferenza di mille.”
L’empatia è parziale: aiutiamo chi ci somiglia
Sentiamo più empatia per alcune persone e meno per altre, anche se la loro sofferenza è identica. Il nostro cervello è programmato per favorire chi consideriamo parte del nostro gruppo sociale.
Uno studio ha testato questo effetto tra tifosi di squadre di calcio diverse. Ai partecipanti è stato chiesto di guardare video in cui altri tifosi – della loro squadra o di una squadra rivale – ricevevano leggere scosse elettriche.
Quando la vittima apparteneva al loro stesso gruppo (ingroup), l’attivazione neurale nelle aree associate all’empatia era molto più forte rispetto a quando a soffrire era un tifoso della squadra rivale (outgroup).
Questo dimostra che la nostra empatia è selettiva: non reagiamo a tutti i dolori allo stesso modo, ma solo a quelli che riguardano chi consideriamo “dei nostri”.
L’empatia è miope: aiuta oggi, danneggia domani
Quando ci facciamo guidare dall’empatia, spesso prendiamo decisioni che sembrano giuste nell’immediato, ma hanno effetti negativi a lungo termine. Ad esempio:
- Dare soldi a un bambino che chiede l’elemosina può farci sentire bene, ma potrebbe alimentare un sistema di sfruttamento.
- L’invio di aiuti alimentari in paesi poveri può alleviare la fame nel breve periodo, ma disincentivare lo sviluppo agricolo locale.
- Opporsi a una politica che ha qualche vittima identificabile può imporre costi di gran lunga maggiori che però – essendo magari più astratti – non attivano l’empatia.
L’alternativa: compassione razionale e dono efficace
L’empatia emotiva ci fa concentrare su chi soffre davanti ai nostri occhi, ma ci impedisce di vedere il quadro completo. Come possiamo allora prendere decisioni morali migliori?
La risposta di Paul Bloom è non usare l’empatia emotiva come guida morale, ma sostituirla con la compassione razionale.
Compassione razionale: aiutare con la testa, non solo con il cuore
Di cosa si tratta?
- Compassione → dare valore agli altri e avere a cuore il loro benessere, senza però dover necessariamente sentire il loro dolore.
- Razionale → riflettere criticamente su come aiutare il prossimo, analizzando costi e benefici delle nostre azioni.
A differenza dell’empatia emotiva, la compassione razionale è:
- Universale → Non si concentra su un singolo caso emotivo, ma tiene conto di tutte le persone coinvolte.
- Equa → Non privilegia chi ci colpisce di più, ma chi ha più bisogno.
- Efficace → Si basa su dati e numeri, massimizzando il bene che possiamo fare.
Dono efficace: aiutare di più con le stesse risorse
La compassione razionale è alla base del concetto di dono efficace: seguire le migliori evidenze disponibili per fare più bene possibile con le nostre donazioni, scegliendo cause ed enti di beneficenza che producono il massimo beneficio per ogni euro donato.
Questo è fondamentale perché, facendo scelte più informate quando doniamo, possiamo avere un impatto positivo 100 volte maggiore. Donare così 100 euro può aiutare di più che donare 10.000 euro senza riflettere: dove doni è più importante di quanto doni.

Il nostro lavoro qui a Benefficienza è aiutarti a fare proprio questo. Forniamo consulenze, consigli di donazione basati su ricerche rigorose, e benefici fiscali per donazioni agli enti che consigliamo – tutto in modo completamente gratuito.
Ora che sai che l’empatia può ingannarti, sei pronto a prendere decisioni migliori? Scarica la nostra guida gratuita per scoprire come donare con 100 volte più impatto – e fare davvero la differenza.

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