“Capitalismo etico” è un’espressione che si usa spesso e si definisce raramente. Se l’hai cercata, probabilmente hai in mente una domanda più concreta: esistono davvero aziende che fanno del bene con i loro profitti, o è tutto marketing?
Esistono, e alcune sono più grandi di quanto immagini. Ma il criterio che separa un’azienda che genera un impatto positivo reale da una che si limita a comunicarlo non è quanto dona. È dove dona. A parità di donazione, tra diverse organizzazioni benefiche ci sono differenze di centinaia di volte nell’impatto positivo generato.
In questa pagina vediamo cosa significa capitalismo etico in pratica, quali aziende donano i profitti e in che misura, in cosa questo modello si distingue da CSR, società benefit e certificazione B Corp, e cosa può fare concretamente un’azienda italiana.
In breve
- Il capitalismo etico non è una forma giuridica: è una scelta su dove finiscono i profitti. Nessuna certificazione e nessuno statuto obbligano un’azienda a donare una quota dei suoi utili.
- Esistono aziende che donano dal 10% al 100% dei profitti e competono normalmente sul mercato. Humanitix (biglietteria online) e Newman’s Own (alimentare) donano il 100%; Who Gives a Crap (carta igienica) il 50%.
- A livello globale le aziende donano meno dell’1% dei loro profitti. Circa 71 miliardi di dollari su profitti stimati in 10.000 miliardi l’anno, secondo i dati raccolti dal movimento Profit for Good.
- Dove doni conta più di quanto doni. Un’azienda che dona il 100% dei profitti a organizzazioni poco efficaci genera meno bene di un’azienda che ne dona il 10% a quelle selezionate da valutatori indipendenti.
Domande e risposte rapide
Che cos’è il capitalismo etico?
Il capitalismo etico è un modo di progettare le imprese in cui il profitto resta il motore dell’attività, ma non è il fine ultimo: una quota stabilita dei profitti viene destinata sistematicamente a cause di interesse collettivo. Nella sua forma più radicale l’azienda non ha azionisti da remunerare e dona il 100% dei profitti.
Quali aziende donano i profitti in beneficenza?
Le più note a livello internazionale sono Humanitix, piattaforma di biglietteria per eventi che dona il 100% dei profitti e ne ha già donati 14 milioni di dollari; Newman’s Own, l’azienda alimentare fondata da Paul Newman nel 1982, che dona il 100% dei profitti e ne ha versati oltre 600 milioni; e Who Gives a Crap, che vende carta igienica e dona il 50%. Sono tutte parte dell’alleanza Profit for Good, che chiede ai suoi membri di destinare almeno il 10% dei profitti netti.
Una società benefit deve donare parte degli utili?
No. La legge italiana che introduce le società benefit (legge 208/2015, commi 376-384) obbliga a perseguire una o più finalità di beneficio comune indicate nello statuto e a pubblicare una relazione annuale di impatto allegata al bilancio, ma non prevede alcuna quota di utili da donare. Lo stesso vale per la certificazione B Corp. Sono strumenti che riguardano come l’azienda opera, non dove vanno i suoi profitti.
Quanto donano in media le aziende?
Molto poco. I profitti aziendali globali sono stimati intorno ai 10.000 miliardi di dollari l’anno, mentre le donazioni benefiche delle aziende si fermano intorno ai 71 miliardi: meno dell’1%, secondo le stime raccolte nel manifesto del movimento Profit for Good. È il dato che rende il modello interessante: il margine di miglioramento è enorme.
Che cos’è il capitalismo etico, e cosa non è
Per molto tempo abbiamo accettato una divisione netta: il business esiste per fare soldi, e se vuoi fare del bene apri un’organizzazione benefica. Due mondi separati, con due mestieri diversi.
Il capitalismo etico rifiuta questa dicotomia. Non chiede all’azienda di rinunciare al profitto né di diventare meno competitiva: chiede di decidere in anticipo, e in modo vincolante, dove andrà una parte di quel profitto. La differenza rispetto alla filantropia aziendale tradizionale è che l’impatto non è un’attività accessoria decisa a fine anno, ma una caratteristica strutturale dell’impresa.
Hugh Jackman, che nell’aprile 2026 è diventato Head of Impact di Humanitix, lo ha formulato in una frase che vale più di qualsiasi definizione:
Questa non è responsabilità sociale d’impresa. È un’architettura completamente nuova per il modo in cui un’azienda può funzionare.
Come funziona un’azienda che dona tutti i profitti
Humanitix è il caso più utile per capire il meccanismo, perché il suo prodotto non ha niente di speciale. Funziona come Eventbrite, Ticketmaster e qualsiasi altra piattaforma di biglietteria: permette agli organizzatori di eventi di vendere biglietti online e guadagna applicando una commissione su ogni vendita.
La differenza sta in cosa succede dopo. Un’azienda normale, coperti i costi, distribuisce i profitti agli azionisti. Humanitix non ha azionisti: è costituita come non profit ma opera come una società commerciale, quindi il 100% dei profitti viene donato. Non è corporate giving, non è CSR: è il modello stesso dell’impresa.
Il dato che conta per chi teme un compromesso sulla qualità è che il modello regge la concorrenza. Humanitix è la piattaforma di biglietteria self-service dominante in Australia, si sta espandendo negli Stati Uniti e cresce oltre il 40% l’anno, più rapidamente dei suoi concorrenti. Ha già donato 14 milioni di dollari e punta a 70 milioni entro il 2031, destinandoli a programmi selezionati da The Life You Can Save, un valutatore indipendente di enti benefici.
Capitalismo etico, CSR, società benefit e B Corp: cosa cambia davvero
È qui che si concentra la maggior parte della confusione, e vale la pena scioglierla perché sono strumenti che rispondono a domande diverse. Società benefit e B Corp riguardano come un’azienda opera: la governance, la trasparenza, l’impatto ambientale e sociale dei processi. Il capitalismo etico nel senso del movimento Profit for Good riguarda dove vanno i soldi. Sono compatibili, ma non sono la stessa cosa.
| Modello | Che cos’è | Quota di profitti donata | Che tipo di vincolo |
|---|---|---|---|
| Profit for Good | Alleanza internazionale di aziende che destinano parte o tutti i profitti alle organizzazioni benefiche più efficaci | Dal 10% (soglia minima) al 100% | Impegno volontario e pubblico, non una forma giuridica |
| Filantropia aziendale (come parte della CSR) | Donazioni, sponsorizzazioni e progetti sociali decisi accanto al business | In media meno dell’1% dei profitti, a livello globale | Nessuno: discrezionale, si decide anno per anno |
| Società benefit | Forma giuridica italiana (legge 208/2015, commi 376-384): lo statuto vincola l’azienda a perseguire, oltre al profitto, una o più finalità di beneficio comune | Nessuna quota prevista dalla legge | Obbligo statutario e relazione annuale di impatto allegata al bilancio e pubblicata sul sito |
| Certificazione B Corp | Certificazione privata rilasciata da B Lab sulla base di una valutazione di impatto verificata da un soggetto terzo | Nessuna soglia di profitti da donare tra i requisiti | Requisiti obbligatori su sette temi di impatto, con verifiche e miglioramenti richiesti nel tempo |
Da questa tabella si ricava l’informazione più utile per un imprenditore: nessuno di questi strumenti ti dice dove mandare i soldi. Puoi essere una società benefit certificata B Corp e non donare un euro, oppure donare a organizzazioni scelte perché ti hanno scritto una bella email. La qualifica giuridica e la destinazione delle donazioni sono due decisioni indipendenti, e la seconda è quella che determina quanto bene generi.
Va detto che in Italia esiste anche l’impresa sociale, qualifica del terzo settore che pone limiti alla distribuzione degli utili: è un contenitore diverso da tutti quelli in tabella, ed è il più vicino al modello di Humanitix.
Le aziende che fanno beneficenza donando i profitti
L’11 giugno 2025, al World Trade Center di Amsterdam, si è tenuta la prima conferenza Profit for Good, organizzata dal filosofo Peter Singer e dalla School for Moral Ambition. Profit for Good è un’alleanza di aziende che si impegnano a destinare almeno il 10% dei profitti netti a organizzazioni benefiche ad alta efficacia. Tra i casi più interessanti:
- Humanitix (Australia, biglietteria online): 100% dei profitti, 14 milioni di dollari donati, obiettivo 70 milioni entro il 2031.
- Newman’s Own (Stati Uniti, alimentare): 100% dei profitti dal 1982, oltre 600 milioni di dollari donati.
- Who Gives a Crap (Australia, carta igienica): nata nel 2012 donando il 100%, oggi dona il 50% per finanziare l’espansione internazionale. Per raccogliere i primi 50.000 dollari il fondatore Simon Griffiths si è fatto riprendere in diretta su un water e non si è alzato per 50 ore. Secondo Griffiths quel 50% non è un costo, è il motore del marketing.
- Rituals (Paesi Bassi, cosmetica): almeno il 10% dei profitti netti annui, per una stima di circa 300 milioni di euro in dieci anni.
Anche in Italia esistono piccole e medie realtà che destinano una percentuale dei profitti a enti benefici selezionati per la loro efficacia, e il modello è replicabile a qualsiasi dimensione: la soglia del 10% funziona per un’azienda da tre persone come per una multinazionale.
Dove doni conta più di quanto doni
A parità di donazioni ricevute, diverse organizzazioni benefiche generano quantità di bene radicalmente diverse. Non del 20% o del 50%: di centinaia di volte. La conseguenza pratica è che 10.000 € donati in modo informato possono valere quanto 1 milione di euro donato seguendo il marketing di chi comunica meglio.
Il che porta a una conclusione controintuitiva: un’azienda che dona il 100% dei profitti alle organizzazioni sbagliate genera meno bene di un’azienda che ne dona il 10% a quelle giuste. La percentuale è la parte facile e quella che finisce nei comunicati. La selezione degli enti è la parte difficile, e quella che determina il risultato.
Humanitix questo problema lo ha risolto delegandolo a chi lo fa di mestiere: affida la scelta a The Life You Can Save, valutatore indipendente specializzato in lotta alla povertà estrema. È lo stesso approccio che seguiamo con Fondazione Benefficienza, che si basa sulle valutazioni di ricercatori indipendenti come GiveWell per selezionare gli enti da consigliare.
Beneficenza aziendale: cosa può fare la tua azienda
Se hai un’azienda e vuoi che le sue donazioni aziendali generino il massimo impatto possibile, il percorso è più semplice di quanto sembri e si riduce a tre decisioni.
- Stabilisci una percentuale, e mettila per scritto. Una quota fissa dei profitti netti, decisa in anticipo, resiste agli anni difficili molto meglio di una donazione decisa a dicembre. Il 10% è la soglia di riferimento del movimento Profit for Good.
- Scegli gli enti in base alle valutazioni, non alla notorietà. È il passaggio che moltiplica o divide l’impatto della cifra che hai deciso al punto uno.
- Verifica il trattamento fiscale. Le donazioni delle imprese a enti del terzo settore sono deducibili entro i limiti previsti, anche verso alcuni enti esteri: la nostra pagina sui benefici fiscali riassume i casi principali.
Non si tratta soltanto di etica. Secondo la Global Consumer Pulse Research di Accenture Strategy, condotta nel 2018 su quasi 30.000 consumatori in 35 paesi (Italia compresa), il 63% preferisce acquistare da aziende il cui scopo riflette i propri valori, e il 47% ha smesso di fare affari con un’azienda dopo esserne stato deluso. Uno studio CECP del 2020 ripreso da Deloitte stima che i brand ad alto scopo raddoppino il proprio valore di mercato quattro volte più rapidamente, e una ricerca BBMG e GlobeScan citata nello stesso documento trova che il 59% dei lavoratori under 30 nelle aziende con più di mille dipendenti si sente più motivato e leale verso datori socialmente e ambientalmente responsabili.
Con Fondazione Benefficienza offriamo consulenza filantropica gratuita anche alle aziende, senza impegno e gratuitamente: siamo finanziati da donatori che sostengono la nostra missione, quindi non c’è nulla da acquistare. In due anni abbiamo affiancato oltre 600 donatori nelle loro scelte di donazione. Se preferisci partire da solo, la guida gratuita alle donazioni efficaci e la lista degli enti che consigliamo sono il punto di partenza.

Gratis, in PDF. Riceverai anche la newsletter mensile: niente spam, ti cancelli quando vuoi. Informativa sulla privacy.
Un’ultima informazione utile se il modello ti interessa davvero: le candidature al primo gruppo del percorso Profit for Good chiudono il 1 ottobre 2026, e il programma seleziona cinque aziende.
Domande frequenti
Come funzionano le donazioni a una onlus da parte di aziende?
Un’impresa può donare a un ente del terzo settore con una normale erogazione liberale, tracciabile, e dedurre l’importo entro i limiti previsti dalla normativa. La parte amministrativa è la meno impegnativa: la decisione che conta è a chi destinare la donazione, perché è quella che determina l’impatto. Alcuni enti esteri ad alta efficacia sono raggiungibili con benefici fiscali italiani tramite intermediari come Benefficienza.
Donare i profitti non rende l’azienda meno competitiva?
I casi disponibili suggeriscono il contrario. Humanitix cresce oltre il 40% l’anno pur donando il 100% dei profitti, e secondo il fondatore di Who Gives a Crap la donazione del 50% funziona da motore del marketing invece che da costo. Il punto è che l’impatto va integrato nel modello di business, non aggiunto come voce di spesa.
Il capitalismo etico è solo greenwashing o charity-washing?
Il rischio esiste, e il modo di distinguere è verificare due cose: quale percentuale dei profitti viene effettivamente donata, e a chi. Un’azienda che pubblica entrambi i dati e si affida a un valutatore indipendente per la seconda scelta si è messa in una posizione difficile da simulare. Un’azienda che comunica il proprio impegno senza mai indicare cifre né destinatari, no.
Quanto deve donare un’azienda per fare la differenza?
Meno di quanto si pensi, se dona bene. Considerato che la media globale è sotto l’1% dei profitti, un’azienda che destina il 10% a enti selezionati per efficacia si colloca già in una fascia molto ristretta, e genera più impatto di realtà molto più grandi che donano di più ma senza criterio.
Scegliere in base ai dati non rende la beneficenza un freddo calcolo?
È una preoccupazione legittima, ma il calcolo qui serve alla compassione, non la sostituisce. Se hai deciso di destinare una parte dei profitti al bene comune, la domanda “quale scelta aiuta più persone?” è la più rispettosa possibile verso quelle persone. Il cuore decide di donare, la testa decide dove.
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